Martina Campi, poesie da “Cotone”

perìgeion

martina campi

a cura di Giorgio Galli

Il primo tratto notevole della scrittura di Martina Campi è la mancanza di vocazione alla protesta. Sono esclusi dalla sua tavolozza i toni della rabbia e del lamento, anche nella forma attenuata dell’amarezza e del rimpianto. La sua voce è vibrante ma pacata. Il secondo tratto notevole è che mai o quasi mai usa il pronome io. Ad esso preferisce il noi e il tu. Non si tratta solo di una scelta stilistica -per quanto la poesia di Martina, come quella di Mandel’stam, come la pittura di Cezanne, sembri per scelta provenire dalle cose, come un canto degli oggetti, non egocentrico e non antropocentrico- ma della spia di una sensibilità autenticamente plurale, di un pudore autentico della soggettività. Delicate ma indistruttibili, sono davvero, queste, poesie di cotone. E sono poesie di silenzi.

William Kentridge ha realizzato, sul Lungotevere, un vasto murale non…

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Dai un’occhiata

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Vecchi come gli scavi
nella Montagne aride
della Superstizione
insenature tra le rocce
indizi a trenta metri
scheletri accecati sul fondo
succede ancora l’ammazzarsi
dei cercatori d’oro
lungo i passi di Jack, l’Olandese, Waltz
e dei suoi enigmi a sopravvivere
come l’oro sotterraneo
o le tracce sulle cime
ogni festività
svanisce nel nulla
sacco a pelo nella valle.

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Diamo e Vedi, amo

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Gli avanzi del sonno 1

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Il segno è logoro
d’un tempo ebbro

hanno alzato le mani
ma non per la resa:
per toccare quei rami
più bassi e coi frutti

che siamo cresciuti in campagna
a comporre lo scritto col succo
caduto in gocce
sulla terra brulla.

 

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Gli altrove della notte 2

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Lava i piatti senza mani
fa il rumore del fiume
o pioggia nera

ci sono sogni
che attendono
il giorno

come la pioggia
a Milano e l’ombrello
girato dal vento

il taxi non chiede niente
si allontana coi sedili bagnati
e la timidezza delle ginocchia

ogni ricordo raffreddato
si cancella con l’acqua
come tutti i gessetti nella tasca

e non siamo più altrove
né qui dove stiamo
non siamo i passi
sull’asfalto consumanto,
né le gocce dei lampioni.

L’olio viene spremuto
le olive, in giornata.
Non lo puoi trovare in giro
un olio buono così.

 

 

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Gli altrove della notte 1

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Se volare lontano
ti ha portato l’orizzonte,
queste righe
inchiostrate sono
un’ancora di sale
e le stanze nuove
che avevi sognato
solcavano scie
di fantasmi passati
ancorati al terreno.
Ma se apri gli occhi
e il tramonto si spezza,
sarà l’ala tagliente,
non la penna rotolata.
Resti nella luce
Scia del finestrino
Come una foto ancora
appesa rilassata,
sull’anta del frigorifero.

 

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I movimenti della sera 2

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Dove inizia la nebbia
arretra la notte
lo sanno anche i giorni d’estate
che qualcosa intanto è cambiato
siamo soli tra questi fiori
lo sguardo sulla corsa del treno.

Un tempo
ci avrebbe portato via,
sotto un altro cielo
a scalare il condominio.

Ora fuochi scendono la collina
saltando voragini di ricordo
e il midollo spinale, il lavoro
delle talpe, la nebbia dell’estate
dispensa pane vecchio.

 

 

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